Nanga Parbat, la “montagna assassina”14 min read

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Nel mondo esistono moltissime montagne belle, affascinanti e leggendarie, ma per trovare quelle più alte del pianeta bisogna guardare in Asia Meridionale, alla catena montuosa dell’Himalaya: è qui che infatti sorgono le leggendarie vette dell’Everest, dell’Annapurna, del Lhotse e del Nanga Parbat. Quest’ultimo si afferma, con i suoi 8126 mt di altezza, come il nono monte più alto al mondo e sorge precisamente nella regione pakistana del Gilgit-Baltistan, al confine con il Kashmir.

Molto vicino alla catena montuosa del Karakorum, il Nanga Parbat svetta maestoso sulle rive meridionali del fiume Indo: a differenza degli altri 8000 che lo circondano, rispetto ai quali è certamente il più occidentale, il Nanga Parbat si mostra come staccato da tutti gli atri, così isolato tanto da incutere fascino e timore a chi si appresta a conquistarlo.

nanga parbat

Con i suoi 8126 metri di altezza il Nanga Parbat è la nona montagna più alta della Terra e certamente una delle più affascinanti e pericolose dove si sono scritte pagine straordinarie della storia dell’alpinismo.

Alla scoperta del Nanga Parbat, la “Killer Mountain”

Nanga e Parvata: sono queste le parole di origine sanscrita, in lingua Urdu, dalle quali deriva il nome della montagna Nanga Parbat e significano “montagna nuda”. I locali invece la chiamano Diamer, ossia Re delle Montagne, mentre per gli sherpa è la “Montagna del diavolo” in virtù di coloro che hanno lasciato la vita nel tentativo di scalarla: non a caso coloro che vogliono raggiungere il Nanga Parbat e percorrono la meravigliosa Karakorum Highway, incontrano le indicazioni con scritto esplicitamente Killer Mountain.

La storia del Nanga Parbat è infatti caratterizzata da eroiche scalate, ma anche da terribili tragedie, legate non solo alle condizioni meteorologiche ma anche alla stessa conformazione del Nanga Parbat. Osservando questa montagna, si nota subito la cresta ad arco punteggiata da una serie di vette come il Chongra Peak, il Chongra Peak Centrale, il Chongra Peak Meridionale e il Rakhiot Peak: si tratta di cime che si assestano sui 7000 mt di altezza. Si sale poi con il Dente d’Argento e con la Spalla, fino a toccare la vetta a 8126 mt di altezza: dalla stessa cima si snoda per 13 Km quella che è considerata la cresta più lunga al mondo, ossia la Mazeno Ridge.

Le “pericolose” pareti del Nanga Parbat

Il Nanga Parbat ha tre pareti: la Rakhiot a nord-est, la Rupal a sud-est e la parete nord occidentale Diamir. Quest’ultima scende man mano fino al Ghiaggiao Diamir ed è stata usata dai fratelli Messner per l’ascesa durante la quale Gunter morì, proprio in fase di discesa, travolto da una valanga. In questo tratto si trova lo Sperone Mummery che porta il nome di colui che tentò per primo la scalata del Nanga Parbat. La parete Rupal scende quasi a picco per 4500 mt verso il fondovalle ed è tanto proibitiva quanto affascinante: tra i pochissimi che sono riusciti nell’impresa ci sono stati proprio i fratelli Messner, che però hanno deciso di scendere dal lato opposto ormai distrutti dallo sforzo e dalla fatica.

I vari tentativi di scalata

Il primo a tentare di scalare il Nanga Parbat fu nel 1895 Albert Frederick Mummery, grande alpinista che già si era cimentato tra le vette caucasiche, ma che mai si era avvicinato all’Himalaya. Da sostenitore di un alpinismo senza aiuti e guide alpine, Mummery cercò più volte di scalare il Nanga Parbat, prima dalla parete Rakhiot, poi dalla Diamer ma non riuscì mai a toccare la vetta: morì durante i suoi tentativi il 24 agosto dell’anno 1985, probabilmente a causa di una valanga. La sua fu comunque un’impresa eroica, che sfidò i limiti posti dalla natura e gli effetti dell’altitudine sul corpo umano, all’epoca ancora ignoti.

Nei primi decenni del ‘900 fu la volta dei tedeschi, spinti non tanto dalla passione per l’alpinismo ma da meri sentimenti nazionalisti, con lo scopo di rendere il Nanga Parbat addirittura simbolo della forza tedesca. Ci provarono fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e ogni tentativo si concluse con una tragedia: tra gli alpinisti che ci provarono, è da ricordare Heinrich Harrer che, dopo aver cercato di scalare il Nanga Parbat nel 1939 con Peter Aufschnaiter, furono arrestati dagli inglesi con lo scoppio della guerra. Riuscirono però a fuggire in Tibet, dove rimasero fino al 1950: proprio qui Harrer scriverà il famoso romanzo “Sette anni in Tibet” (da cui è stato tratto il film omonimo di grande successo, diretto da Jean-Jacques Annaud e con Brad Pitt nei panni di Heinrich Harrer).

La prima scalata del Nanga Parbat

La prima scalata del Nanga Parbat avviene il 3 luglio del 1953, durante la spedizione composta da Karl Herrligkoffer, Otto Kempter ed Hermann Buhl: fu però solo quest’ultimo, più in forze degli altri, senza bombole di ossigeno e solo, a raggiungere gli 8126 mt di altezza alle soglie della sera. Ridiscese poi subito, perdendo nel corso del cammino un rampone, bivaccando di notte, sfidando le temperature proibitive del Nanga Parbat, su una pericolosissima sporgenza. Tornò al campo base il giorno seguente, il 4 luglio alle ore 19, ma non fu accolto dall’entusiasmo che lui sperava: all’epoca infatti il singolo non contava perché ogni vittoria era posta al servizio della nazione, tanto è vero che la scalata del Hermann Buhl è stata attribuita più all’intera squadra che al solo Hermann Buhl.

Per la prima scalata invernale bisogna invece attendere il 2016 quando, il 26 febbraio, Ali Sadpara, Simone Moro e Alex Txikon raggiunsero la vetta attraversando la più battuta Via Kinshofer: questo tracciato fu aperto nel 1962 dallo stesso Karl Herrligkoffer che aveva partecipato alla prima vittoriosa spedizione del 1953.

Al Nanga Parbat è legata una delle più grandi tragedie che ha segnato la storia dell’alpinismo italiano e internazionale. Nell’inverno tra il 2018 e il 2019, Tom Ballard e Daniele Nardi lasciarono la vita sul Nanga Parbat, nel tentativo di scalarlo passando per il temibile Sperone Mummery. Furono sorpresi da una terribile tempesta di neve il 24 febbraio, facendo perdere ogni traccia. In quel periodo le tensioni tra Pakistan e India causarono la chiusura dello spazio areo, riducendo al lumicino le speranze di ritrovarli vivi. In effetti i loro corpi furono trovati qualche giorno dopo, il 6 marzo.

messner nanga parbat
Reinhold Messner in cima al Nanga Parbat

La tragica discesa dei fratelli Messner

Dopo Herman Buhl l’altro grandissimo alpinista a conquistare la vetta del Nanga Parbat senza ossigeno fu Reinhold Messner. La prima volta lo fece nel 1970 aprendo appunto la via Messner assieme al fratello minore Günther. Per Messner si trattava del suo primo ottomila (riuscirà a scalarli tutti e 14 senza ossigeno).

Siamo nell’autunno del 1969 e Reinhold Messner, grazie alle sue qualità tecniche, fu invitato a partecipare ad una spedizione austriaca al Nanga Parbat, organizzata da Karl Maria Herrligkoffer. Successivamente venne invitato anche suo fratello più piccolo Günther a causa della rinuncia di uno dei membri della spedizione. La spedizione di stampo militare, con lo scopo di centrare l’obiettivo, ebbe luogo l’anno successivo, nel 1970. L’obiettivo era arrivare in cima attraverso una via nuova sull’inviolata parete Rupal. Alla fine per una serie di vicissitudini Reinhold decise di salire da solo e partì col buio. Günther che non voleva lasciare da solo il fratello si mise in moto per raggiungerlo facendo moltissimo dislivello in pochissimo tempo. Riuscirà a raggiungere il fratello e ad arrivare in cima ma ormai era stremato e dava segni di cedimento. salendo non aveva attrezzato le corde fisse per la discesa e quindi furono costretti ad un bivacco di emergenza.

Il giorno dopo, senza aspettare Felix Kuen e Peter Scholz che stavano salendo per soccorrerli, decisero di scendere dal versante opposto il versante Diamir (facendo di fatto la prima attraversata del Nanga Parbat). Günther ormai non era più in grado di essere autonomo e la discesa fu molto difficile. Alla fine Günther morì il 29 Giungo, quasi alla fine della discesa, travolto da una valanga. Reinhold creduto morto tornò a valle solamente sei giorni dopo e subì gravi congelamenti a 7 dita dei piedi e alle ultime falangi della mani, subendo una parziale amputazione delle dita dei piedi.

L’episodio, oltre ad aver fatto perdere il suo caro fratello, vede Messner coinvolto in un’accesa polemica che lo accusò di essere il responsabile della morte del fratello. La polemica è andata avanti per trent’anni fino a quando è stato ritrovato il corpo del fratello, emerso dallo scioglimento del ghiaccio, dove Reinhold diceva essere. La polemica infondata infatti affermava che Reinhold avesse abbandonato il fratello in cima per avere il primato di essere il primo a fare una traversata e scendere per il versante Diamir, allora sconosciuto. Messner fu il primo essere umano a passare per quel versante.

Vie alpinistiche sul Nanga Parbat

Il Nanga Parbat da sempre ha affascinato e continua ad affascinare moltissimi alpinisti che tentano di scalare i suoi versanti per raggiungere la vetta. Se Herman Bhul è stato il primo a conquistarlo, Reinhold Messner è stato il primo ad effettuare una traversata completa, Simone Moro è stato il primo a scalarlo in inverno.

Le principali vie di salita sono tre:

  1. Via Kinshofer: è la prima via aperta sul versante Diamir ed è anche la via di salita maggiormente frequentata dai salitori. Questa via è stata aperta nel 1962 da una spedizione guidata da Karl Herrligkoffer e la via porta il nome dell’alpinista tedesco Toni Kinshofer;
  2. Via del primo salitore: questa via è poco frequentata in quanto è molto lunga e difficile. La via del primo salitore sale lungo il versante Rakhiot ed è stata aperta nel 1953 dalla spedizione organizzata da Karl Herrligkoffer;
  3. Via Messner 1970: famosa via aperta nel 1970 dai fratelli Messner (il fratello più giovane morì lungo la discesa) sul verticale ed allora sconosciuto versante Rupal che facevano parte di una spedizione guidata da Karl Herrligkoffer.

Altre salite degne di nota

Altri tentativi di salita e vie alpinistiche aperte nel corso degli anni sul Nanga Parbat sono:

  • 1976 – viene aperta via Schell da un gruppo di alpinisti capitanati da Hans Schell apre sul versante Rupal;
  • 1978 – Reinhold Messner, dopo otto anni dalla salita sulla parete Rupal, torna sul Nanga Parbat e apre una nuova via che passa a destra dello Sperone Mummery in solitaria e in stile alpino;
  • 1985 – Viene aperta una nuova via sul pilastro sud-est della parete Rupal ad opera degli alpinisti polacchi Jerzy Kukuczka, Zygmunt Heinrich e Slawomir Lobodzinski, con il messicano Carlos Carsolio;
  • 2005 – Gli americani Steve House e Vince Anderson aprono una via diretta alla parete Rupal lungo il pilastro centrale in stile alpino. La salita è stata riconosciuta a livello mondiale come una delle più belle e premiata con il Piolet d’Or;
  • 2008 – Simon Kehrer e Walter Nones portano a compimento una nuova via sul versante Rakhiot;
  • 2012 – Lo scozzese Sandy Allan e l’inglese Rick Allen realizzano la prima salita della cresta Mazeno. Per compiere l’impresa ci sono voluti 17 giorni e la salita è stata premiata con il Piolet d’Or;
  • 2018 – In gennaio Tomasz Mackiewicz ed Elisabeth Revolcompletano la via Messner-Eisendle in stile leggero e in inverno. La cosa ebbe però dei risvolti tragici:  durante la discesa Mackiewicz viene gravemente colpito dai sintomi del mal di montagna e la compagna è costretta a lasciarlo per salvarsi la vita. Verrà soccorsa da una missione di salvataggio dove c’erano anche Denis Urubko e Adam Bielecki.

Ancora altre salite importanti sono:

  • Nel 1984 la francese Liliane Barrard è la prima donna a raggiungere la cima del Nanga Parbat assieme al marito;
  • Nel 1985 Una spedizione di sole donne, tutte polacche capitanate da Wanda Rutkiewicz, raggiungono la vetta;
  • Nel 1990 Hans Kammerlander realizza la prima discesa integrale con gli sci del Nanga Parbat.

Tentativi e prima salita invernale al Nanga Parbat

Se scalare il Nanga Parbat durante la stagione normale è davvero impegnativo, in inverno lo è ancora di più. In questa stagione le condizioni meteo sono davvero proibitive e le temperature toccano i – 50 gradi. Infatti prima di riuscire a violare la vewtta in inverno ci sono voluti ben trent’anni di tentativi.

Il primo tentativo avvenne nell’inverno tra il 1988-1989 ad opera di Maciej Berbeka insieme ad altri otto alpinisti polacchi, un colombiano e un italiano, lungo la via Messner sul versante Rupal del 1970, ma dovettero fermarsi a quota 6500 metri. Berbeka ci riprova nell’inverno del 1990-1991 sempre per la via Messner ma anche in questo caso dovette fermarsi a circa 6800 metri a causa delle condizioni meteo proibitive. Prima di tornare a casa fece un altro tentativo lungo la via Schell ma senza successo. Su questa via nell’inverno del 1992 – 1993 fu la volta dei  francesi Eric Monier e Monique Loscos che però fallirono nel loro tentativo.

Nel 1997 due spedizioni, una inglese e una polacca, provarono ad espugnare la vetta inviolata nella stagione invernale del Nanga Parbat. I primi in realtà non riuscirono nemmeno a raggiungere i 6000 metri prima di abbandonare, i polacchi invece arrivarono a circa 250 metri dalla vetta ma dovettero tornare indietro a causa di gravi congelamenti di alcuni componenti del gruppo.

Per circa una decina d’anni non ci furono più tentativi di salita in quanto sembrava davvero impossibile da raggiungere in inverno. Nell’inverno 2006-2007 a riaprire le danze fu l’alpinista polacco Krzysztof Wielicki  ma anche in questo caso senza risultati concreti. Nel 2008-2009 sono sempre i polacchi a riprovare con Jacek Teler e Jarosław Żurawski; successivamente nel 2007-2008 ci provò il russo Sergey Tsygankov, e di nuovo i polacchi Tomasz Mackiewicz e Marek Klonowski.

Nella stagione 2011-2012 ci provano Simone Moro e Denis Urubko lungo l’incompiuta Messner-Eisendle, mentre l’anno successivo ci provò il francese Joël Wischnewski salendo dal versante Rupal in solitaria dove però morì. Nell’inverno del 2012-2013 provarono a salire anche Mackiewicz e Klonowski, gli ungheresi David Klein e Zoltan Robert e Daniele Nardi con Elisabeth Revol. Nel 2014 Daniele Nardi, Alex Txikon e Ali Sadpara fecero un altro tentativo lungo la via Kinshofer ma dovettero fermarsi a pochi metri dalla vetta. Questo tentativo sarà fondamentale poi per la riuscita della missione nell’anno successivo.

E’ infatti nella stagione 2015-2016 che si riuscì a conquistare la vetta. In quell’anno furono cinque spedizioni a tentare di salire contemporaneamente in cima ma al campo base ci furono litigate, estromissioni, nuove unioni. Dalla confusione furono in quattro a tentare la vetta: Alex Txikon, Ali Sadpara, Simone Moro e Tamara Lunger. Tamara ha dovuto tornare indietro a 70 metri dalla vetta a causa del mal di montagna, mentre Txikon, Sadpara e Simone Moro finalmente il 26 Febbraio 2016 riuscirono a conquistare la vetta, lungo la via Kinshofer, attrezzata con il contributo fondamentale di Daniele Nardi e dei polacchi Adam Bielecki e Jacek Czech.

Quest’anno nella stagione invernale 2021-2022 hanno provato ad andare in cima al Nanga Parbat il fortissimo alpinista valdostano Hervè Barmasse con il suo compagno di spedizione David Göttler. Purtroppo i due alpinisti dopo vari tentativi hanno dovuto rinunciare alla scalata della parete Rupal del Nanga Parbat a causa delle condizioni meteo proibitive. Per ragioni di sicurezza hanno deciso di rinunciare e tornare in Italia.

Come raggiungere il Nanga Parbat

Il Nanga Parbat si trova in Pakistan sulla catena dell’Himalaya e per poterlo raggiungere bisogna innanzitutto prendere un volo aereo per Islamabad, la capitale del Pakistan. A questo punto si possono scegliere due opzioni per proseguire: prendere un altro volo aereo per Gilgit, oppure proseguire via terra attraversando la Karakorum Highway. La seconda opzione è certamente la più affascinante perchè permette di ammirare il bellissimo versante Rakhiot, un’esperienza da fare assolutamente almeno una volta nella vita.

Nel caso della prima opzione arrivati a Gilgit si prosegue in auto verso Astor e poi Tashring per intraprendere il trekking sul versante Rupal. Se invece si decide di intraprendere il viaggio via terra, dopo un viaggio avventuroso in auto di tre ore si raggiunge il Ponte Rakhiot, dove inizia l’avvicinamento a Fairy Meadows e quindi al versante Rakhiot.

Ovviamente per raggiungere e fare un trekking alla base del Nanga Parbat sono necessari dei permessi oltre che richiedere un’importante logistica, per questo è vivamente consigliato rivolgersi ad un tour operator come Tramundi che sarà in grado di gestire tutto il viaggio. Per raggiungere il campo base del Nanga Parbat è necessario essere accompagnati da una scorta armata dopo che c’è stato l’attentato nel 2003.

LEGGI ANCHE: 10 Migliori trekking in Italia e nel Mondo

Film sul Nanga Parbat

Ecco alcuni libri sul Nanga Parbat:

  • Nanga Parbat, H. Ertl, 1953 (racconto della prima ascensione)
  • Nanga Parbat, J. Vilsmaier. 2010 (racconto della tragedia del 1970)
  • Verso l’ignoto, F. Santini, 2016.

Libri sul Nanga Parbat

Questi invece sono un elenco di libri che consiglio di leggere:

  • Nanga Parbat in solitaria, R. Messner, 1990, De Agostini
  • La montagna nuda, R. Messner, 2004, Corbaccio
  • È buio sul ghiacciaio, H. Buhl, 2007, Corbaccio
  • Nanga Parbat. La montagna del destino, R. Messner, 2008, Mondadori Electa
  • È la montagna che chiama, S. Kehrer, W. Nones, 2009, Mondadori
  • Oltre la montagna, S. House, 2010, Priuli & Verlucca
  • Razzo rosso sul Nanga Parbat, R. Messner, 2010, Corbaccio
  • Solitudine bianca, R. Messner, 2012, Priuli & Verlucca
  • Nanga Parbat 1970, J. Hemmleb, 2012, Versante Sud
  • Tomaž Humar. Prigioniero del ghiaccio, B. McDonald, 2012, Versante Sud
  • L’ultimo abbraccio della montagna, S. Unterkircher, C. Marrone, 2012, BUR
  • In vetta al mondo, D. Nardi, D. Ricci, 2015, BUR
  • Nanga Parbat. La Montagna leggendaria, G. L. Gasca, 2016, Alpine Studio
  • La cresta infinita. La Mazeno Ridge del Nanga Parbat, S. Allan, 2017, Alpine Studio
  • La via perfetta. Nanga Parbat: Sperone Mummery, D. Nardi, A. Carati, 2019, Einaudi.
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Razzo rosso sul Nanga Parbat
  • Messner, Reinhold (Autore)
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