Abbigliamento da montagna sostenibile: è possibile?5 min read

L’abbigliamento tecnico da montagna ha un impatto notevole sull’ambiente e la parola sostenibilità sta entrando prepotentemente anche in questo ambiente.
Sempre più aziende e Brand che producono abbigliamento tecnico con le più evolute tecnologie al fine di garantire il massimo comfort all’alpinista/escursionista, si stanno orientando verso prodotti eco-sostenibili realizzati con materiale riciclato e a basso impatto ambientale.
Non solo le aziende, ma anche noi che amano e frequentiamo la montagna possiamo avere un occhio di riguardo e acquistare solo prodotti che sono certificati sostenibili, cercare di non cambiare pile o giacca ogni stagione ma piuttosto tenerla per più anni e anche lavare gli indumenti il meno possibile. Queste sono tutte piccole azioni che possono (nel piccolo) contribuire a inquinare meno il pianta.
Diamo dunque uno sguardo più da vicino al piumino, al sintetico e alla lana cioè ai loro punti di forza e di debolezza, e quali ti conviene scegliere come capi d’abbigliamento da montagna sostenibile.
L’importanza di scegliere i capi di abbigliamento sostenibili
I materiali isolanti per l’abbigliamento outdoor e in particolare le giacche e i giubbotti ideali per la montagna, di solito hanno un obiettivo primario ossia mantenere il corpo quanto più caldo possibile. Inoltre, dovrebbero essere anche antivento, funzionali, leggeri e insensibili all’umidità. Oggi tuttavia è fondamentale che risultino anche sostenibili per il rispetto della natura e della salute umana.
Per vivere intense giornate all’aria aperta e in particolare in montagna, è importante scegliere capi d’abbigliamento sostenibili e nel contempo funzionali. Per tale motivo se anche tu hai questa esigenza, puoi optare per un materiale naturale come il piumino che è caratterizzato da eccezionali prestazioni termiche, peso ridotto e buon trasporto dell’umidità.
Si tratta tra l’altro di un elemento tradizionalmente popolare come materiale isolante per l’abbigliamento outdoor, anche se è più sensibile all’umidità rispetto alle alternative sintetiche.
Lo stesso discorso lo possiamo fare con un altro prodotto naturale e che si presenta anch’esso ideale per realizzare capi d’abbigliamento da montagna sostenibili. Nello specifico si tratta della lana che vanta questa peculiarità e risulta nel contempo molto funzionale e pratica.
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Lana sostenibile e funzionale: le caratteristiche
Alcuni produttori di capi d’abbigliamento al fine di renderli sostenibili, utilizzano la lana naturale anche perché si rivela un ottimo materiale isolante. Si tratta inoltre di filati caratterizzati da un lato per fornire calore e dall’altro per regalare un comfort climatico ottimale. Optando per questa tipologia di abito da montagna, sarai ben equipaggiato durante le attività all’aperto o in occasione di faticose scalate di dirupi di varie altezze e inclinazioni.
Inoltre potrai sfruttarne la sua elevata funzionalità, poiché la lana trasporta bene l’umidità verso l’esterno. Dal punto di vista strettamente sostenibile, devi altresì sapere che questo materiale non ha nessun impatto negativo sull’ambiente e sugli animali; infatti, la produzione e il processo di lavorazione avviene direttamente nelle valli che allevano pecore e soprattutto in aziende che non utilizzano nessuna sostanza chimica nociva.
I materiali sostenibili dell’abbigliamento tecnico
Fino a pochi anni fa il rispetto verso l’ambiente era soltanto un optional, ma oggi fortunatamente si sta cercando di rimediare agli errori commessi in passato. Alle fibre sintetiche, a materiali come poliesteri e nylon altamente nocivi per la salute dell’ambiente e di conseguenza dell’uomo, sono stati quasi del tutto banditi a vantaggio di altri ecosostenibili.
Molte aziende che producono capi d’abbigliamento tecnico e in particolare quelli per la montagna, si stanno adoperando con parsimonia per realizzarli con sostanze rinnovabili non inquinanti soprattutto in fase di lavorazione e di facile smaltimento post utilizzo del prodotto finito.
Questo moderno e giudizioso processo sopperisce a quello che fino a pochi anni fa era negativo proprio dal punto di vista della sostenibilità; infatti, cotone e lana ossia due fibre naturali, venivano trattate in modo inadeguato con un conseguente danneggiamento di ecosistemi e a causa della concia anche di inquinamento di fonti idriche.
La colorazione ad esempio che spesso veniva usata per garantire l’impermeabilità su giacche a vento, era una delle procedure maggiormente responsabili di tali forme di non rispetto per l’ambiente e di conseguenza dell’uomo.
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Le varie sigle di certificazione di sostenibilità dell’abbigliamento
Oggi quando intendi acquistare dei capi d’abbigliamento da montagna sostenibili, per essere sicuro che siano effettivamente tali, devi controllare se vantano dei loghi con relativi codici alfanumerici. Nello specifico si tratta di quelli di seguito elencati:
- Eu-Ecolabel: marchio europeo che serve a certificare che il prodotto è rispettoso dell’ambiente durante l’intero ciclo di vita.
- OEKO-TEX®: Questa dicitura garantisce che i tutti i prodotti tessili siano privi di sostanze dannose per la salute dell’uomo e quindi senza agenti chimici nocivi.
- GOTS-Global Organic Textile Standard: questo acronimo se presente in un capo d’abbigliamento, garantisce che i materiali tessili utilizzati siano stati ottenuti e lavorati nel rispetto delle normative di salute ambientale.
- Naturtextil europe: tale dicitura è applicata su prodotti e capi d’abbigliamento che vengono realizzati con l’utilizzo al 100% di fibre ecologiche certificate.
- OCS-Organic Content Standard: questo è un altro acronimo che nei capi d’abbigliamento da montagna indica se il prodotto è stato realizzato con fibre naturali vegetali o animali e certificate con i crismi dell’agricoltura biologica.
Alcuni utili consigli per vestirti in modo sostenibile in montagna
Se in occasione delle tue periodiche escursioni in montagna intendi vestirti con capi d’abbigliamento sostenibili, potresti trovare di grande utilità alcuni dei seguenti consigli. In primis scegli esclusivamente tessuti comodi e rispettosi dell’ambiente, come ad esempio quelli in cotone biologico ossia privi di pesticidi e che riducono significativamente l’impatto ambientale della produzione della materia prima.
In secondo luogo cerca indumenti realizzati con fibre riciclate o con tessuti di recupero, che contribuiscono alla riduzione dei rifiuti. Infine come consiglio a margine, ti conviene considerare l’idea di smaltire in modo responsabile i suddetti capi d’abbigliamento una volta che hai deciso di eliminarli dal tuo guardaroba.
Per ottemperare a ciò, evita di riporli nelle discariche e scegli invece dei punti di raccolta specifici che potrebbero riciclarli come materia prima o comunque smaltirli in modo più sostenibile.
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Classe 1983, fin da bambino ho avuto la passione per la montagna, gli sport all’aria aperta e la natura. Nel 2011 mi sono iscritto al Club Alpino Italiano dove ho seguito diversi corsi fino a diventare Accompagnatore di Escursionismo. Oggi la montagna è una passione viva più che mai oltre che uno stile di vita. La voglia di condividere questa mia passione è il motivo per cui ho deciso nel 2020 di fondare questo Blog per mettere al servizio degli altri tutte le mie conoscenze.





NON SERVE UN GLACIOLOGO PER CAPIRE CHE L’HINDU KUSH E’ – letteralmente – AGLI SGOCCIOLI
Gianni Sartori
Dai versi di Subterranean Homesick Blues (Bob Dylan. 1965) “You don’t need a weatherman to know which way the wind blows” (non serve un meteorologo per sapere da che parte soffia il vento) avevano preso ispirazione i militanti della sinistra statunitense rivoluzionaria (almeno a livello di intenzioni…) conosciuti come Weatherman, the Weathermen o anche Weather Underground. Il verso era stato ripreso pari pari come titolo per un documento distribuito al nono congresso dell’SDS (Students for a Democratic Society) dalla componente più radicale (Revolutionary Youth Movement) a Chicago il 18 giugno 1969. Annunciando la nascita di una “forza combattente bianca” che insieme a quelle dei Neri (Black Panthers), Portoricani (Young Lords), Nativi (American Indian Movement) e Chicanos (Brown Berets, di origine messicana) avrebbe portato – nientemeno – alla “distruzione dell’imperialismo statunitense e alla creazione di un mondo privo di classi: un mondo comunista”. Sappiamo poi come è andata a finire. Comunque, per analogia, oggi possiamo affermare che non c’è bisogno di un esperto in glaciologia per sapere come i ghiacciai del pianeta stanno semplicemente fondendo. Scrivo “fondendo” in quanto, come ha fatto osservare qualche addetto ai lavori “ i ghiacciai non si sciolgono, ma fondono. Il motivo è tutto nella spiegazione scientifica del fenomeno che porta al passaggio da stato solido (ghiaccio) a liquido (acqua)”. Per cui definire la sostanziosa, evidente riduzione della massa ghiacciata, sia sulle montagne che ai poli, come “scioglimento” non sarebbe corretto. Risparmio al lettore eccessive spiegazioni chimico-scientifiche In soldoni, “soluzione” sarebbe quella dello zucchero (il “soluto”) nel caffé (il “solvente”). Nel caso dei ghiacciai si dovrebbe parlare di “fusione”, ossia di un cambiamento di stato: appunto da quello solido a quello liquido. E’ questo l’odierno dramma vissuto in particolare dalle alte montagne dell’Asia (HMA, High-Mountain Asia), dall’Himalaya a sud e a est all’Hindu Kush a ovest e al Tien Shan a nord. Comprendendo , oltre all’altopiano del Tibet, anche le sub-catene del Karakorum, del Pamir-Alay e del Kunlun. Nel loro insieme costituiscono quello che viene definito il “terso polo” (o anche “water towers”). Fonte di alimentazione per gran parte del sistema fluviale asiatico (Indo, Brahmaputra, Gange, Yangtze, Fiume Giallo, Mekong, Salween…). A causa del cambiamento climatico, l’Asia meridionale sta rischiando di perdere almeno il 75% del volume dei suoi ghiacciai entro questo secolo. Un processo apparentemente irreversibile e forse ancora più accelerato nell’Hindu Kush. Stando almeno all’accorato appello lanciato in questi giorni da Shehbaz Sharif, primo ministro del Pakistan, al summit – deludente e inconcludente – di Baku. Ricordando che i cambiamenti climatici estremi hanno colpito ripetutamente il suo Paese, in maniera sproporzionata rispetto alle responsabilità in materia di emissioni. Citando a titolo di esempio le inondazioni monsoniche del 2022 che hanno causato migliaia di vittime, milioni di sfollati e danni economici (raccolti e abitazioni distrutti) per circa 30 miliardi di dollari. Eventi che in qualche modo sono in sintonia con un fatto incontestabile: negli ultimi dieci anni il ghiaccio dell’Hindu Kush si è ridotto del 65% rispetto al decennio precedente. Quanto al Green Pakistan Project con cui il Pakistan sta tentando di affrontare la crisi climatica (produrre il 60% dell’energia con le rinnovabili, converire all’elettrico il 30% dei veicoli…) al momento appare piuttosto velleitario, difficilmente praticabile (anche per mancanza di fondi). Un ultimo pensiero anche ai nostrani “turisti d’alta quota”, quelli che – tra un trekking, una “prima ascensione” e un giro in elicottero – in Pakistan costruiscono strade, centri turistici e villaggi-vacanza (alimentando lo stile di vita occidentale, il consumismo etc). Bé, così a spanne, ci vorrà ben altro che qualche pannello solare sul tetto del rifugio. Suggerisco: magari qualche aereo e qualche elicottero in meno?
Gianni Sartori
Ciao! Articolo molto interessante. L’abbigliamento da montagna è molto specifico: deve essere comodo e resistente. Faccio attenzione anche ai calzini di lana quando mi preparo per andare a fare trekking in montagna. Tutto dovrebbe essere molto confortevole.